Rosè fotografata da Philip Montgomery per The New York Times

Il k-pop ha addestrato Rosé a essere “una ragazza perfetta”. Ora sta cercando di essere se stessa – The New York Times

21 Min Read

di Lulu Garcia-Navarro per il New York Times
novembre 2024

traduzione di Koreana

La musica pop sudcoreana, conosciuta come K-pop, non è solo un genere musicale, ma un fenomeno culturale che attrae un vasto pubblico globale grazie ad uno stile audace, coreografie perfette e melodie accattivanti che attingono dal pop, hip-hop e dalla musica tradizionale coreana. Le stelle del genere, note come idol, vengono addestrate per anni dalle compagnie di intrattenimento che poi le inseriscono in gruppi, scrivono e producono la loro musica e gestiscono ossessivamente le loro immagini pubbliche. Questo sistema funziona per gli idol che raggiungono il successo, ma ha anche ricevuto critiche per i suoi metodi estenuanti, considerati da alcuni come sfruttamento. Una delle più grandi stelle emerse da questo sistema è Rosé.

Nata Roseanne Park, ha studiato per quattro anni con una delle più grandi agenzie K-pop, la YG Entertainment, riuscendo infine a emergere come parte del gruppo femminile Blackpink. Ora, a 27 anni, sta intraprendendo un percorso da solista con il suo primo album completo, “Rosie“, in uscita il 6 dicembre per Atlantic Records.
(Il primo singolo dell’album, “APT.”, una collaborazione con Bruno Mars, ha fatto storia diventando il primo brano di un’artista K-pop femminile a entrare nella Top 10 della Billboard Hot 100).
È ancora membro dei Blackpink e il gruppo ha rinnovato il contratto con la YG nel 2023. Ma dopo anni di esibizioni con canzoni altrui e di show come Rosé, che lei stessa descrive come “un personaggio su cui ho lavorato duramente come trainee”, scrivere le proprie canzoni per questo album solista l’ha portata a riflettere su da dove proviene e chi è, separata dal sistema che l’ha trasformata in un fenomeno globale.

Stai per pubblicare il tuo primo album solista completo. Cosa provi?

Sento di aver aspettato tutta la vita per pubblicare questo album. Sono cresciuta ascoltando molte artiste femminili. Mi ci sono sempre identificata e mi hanno aiutato a superare momenti difficili. Ho sempre sognato di avere un album tutto mio. Ma non pensavo che fosse un desiderio realistico. Ricordo che l’anno scorso, quando ho iniziato l’intero processo, ho dubitato molto di me stessa.

Probabilmente sorprenderebbe chiunque guardi Rosé e veda tutto il tuo successo e l’enorme fanbase che hai sapere che hai avuto così tante insicurezze.

Non credo di aver mai imparato o allenato me stessa a essere vulnerabile, aperta e onesta. Questa era la parte che temevo di più, perché era l’opposto di ciò che mi avevano insegnato a fare.

Sei nata in Nuova Zelanda da genitori immigrati sudcoreani e ti sei trasferita in Australia a otto anni. Nel 2012, quando avevi 15 anni, hai fatto audizione per entrare nel programma di trainee della YG Entertainment. È stata un’idea di tuo padre?

Sì.

Cosa ha spinto tuo padre a farti fare un’audizione? Tu avevi capito a cosa stavi andando incontro?

Sì. In quel periodo guardavo molto YouTube. E se cercavi K-pop, c’era un intero mondo in Corea in cui c’erano apprendisti che si allenavano e diventavano star del K-pop. A volte sognavo di notte e mi immaginavo di farlo davvero. E pensavo: “Oh, è ridicolo. Non succederà mai. Nella mia testa non c’era molta possibilità, finché mio padre non ha visto che la YG stava venendo in Australia. All’epoca era molto raro che le compagnie coreane venissero fino in Australia. Mio padre mi disse: “Rosie, canti ogni sera fino a mezzanotte passata. È ovvio che ti piace farlo. Dovresti fare l’audizione”. E io ho pensato: Io? Pensavo davvero che stesse scherzando. E io: “Non so nemmeno cantare bene”. E lui: “Non vorrai mica avere rimpianti quando sarai più grande!”. Così siamo volati a Sydney, ho fatto l’audizione e ricordo di aver pensato: “Ok, è stato divertente, ciao!”. Ma con mia grande sorpresa ci hanno richiamato. Ci chiesero di fare le valigie e di venire in Corea da lì a due mesi.

Diventare tirocinante è un impegno a tempo pieno. E’ necessario essere a Seoul. Non è una cosa che si affronta con leggerezza. Come sono state le conversazioni in famiglia quando hai deciso se restare o partire?

Mia madre era molto contraria all’inizio. Ovviamente si preoccupava di molte cose, come è giusto che sia. E non mi era stato promesso nulla. Ma mio padre ha avuto la meglio e credo che io fossi troppo giovane per capire davvero quel che stava succedendo. Non avevo capito che sarei stata lontana dalla mia famiglia. Pensavo solo che sarei partita e che sarei stata in un dormitorio, evviva. E poi ricordo che quando sono arrivata lì, i miei genitori mi hanno detto: “Ok, ora ce ne andiamo, partiamo”. E io: “Dove state andando?”. E loro: “Dobbiamo andare ora, dobbiamo tornare a casa”. Ricordo di aver dato di matto ed è stato allora che ho capito: in quel momento diventò tutto reale.

Conoscevi qualcosa della cultura coreana degli idol in quel momento?

Sì, perché come dicevo prima proprio in quel periodo YouTube era esploso, e in Corea stavano pubblicando molti contenuti sulla vita dei tirocinanti, e sicuramente sembrava tutto un po’ glamour. Sembrava che tutti inseguissero i loro sogni e lavorassero così duramente; quel che non si vedeva, che non avevo capito, è la parte in cui ci si sente soli. La solitudine che avrei dovuto affrontare era un po’ traumatizzante. Un po’ scioccante. Ma, sapete, sono sopravvissuta.

Penso che molte persone al di fuori della Corea non capiscano quanto sia intenso il processo per diventare un idol. Com’era una tua giornata tipo?

Mi dovevo svegliare alle 9.30, poi andavamo nella sala da ballo che condividevamo tutte, sette o otto ragazze, e facevamo lezioni di canto, lezioni di ballo e lezioni di lingua. Gli allenamenti finivano alle 2 di notte, ma io volevo la sala tutta per me, quindi c’erano molti giorni in cui rimanevo e usavo la sala dopo l’orario di lavoro. E la cosa si ripeteva ogni giorno.

È chiaro che eri molto motivata a far funzionare tutto questo.

Credo che gran parte di questo sia dovuto al fatto che ero arrivata da così tanto lontano per farlo. Se avessi fallito, avrei dovuto volare fino in Australia e tutti i miei amici mi avrebbero chiesto: “Dove sei stata? Non capisco cosa hai fatto”. Non volevo dover spiegare loro tutto questo processo di fallimento. Non potevo permettere che ciò accadesse.

Ho letto che avevate solo un giorno di riposo ogni due settimane.
Sì.

E che cosa facevi nel tuo giorno libero?
Lisa viene dalla Thailandia, io e lei non avevamo amici o parenti lì, quindi…

…stiamo parlando di un altro membro delle Blackpink.

Sì, un altro membro delle Blackpink. Eravamo nella stessa stanza, ci svegliavamo e io dicevo: “Vado in chiesa”. E dopo ci vedevamo. E poi andavamo a comprare le cose che dovevamo indossare per l’allenamento. Dovevamo fare questi test, settimanali e mensili. E per questo dovevamo avere un bell’aspetto. Dovevamo avere un certo stile, ma non sapevamo molto di vestiti, e con i soldi che i miei genitori mi mandavano, uscivamo e cercavamo qualcosa che ci consentisse di migliorare il nostro aspetto. Era una battaglia costante per dimostrare alla società ciò che eravamo come persone e come artiste. E la moda era ed è una parte importante di tutto questo. Quindi abbiamo lavorato molto duramente su questo aspetto.

L’idea è che ti addestrano per diventare una grande star. Quindi, oltre a cantare e ballare, avete ricevuto istruzioni sugli aspetti del lavoro che riguardano il pubblico? Hanno cercato di prepararti a ciò che sarebbe potuta essere la fama?

No, non necessariamente. Personalmente penso che, soprattutto noi quattro, le Blackpink, siamo tutte abbastanza intelligenti da saperci muovere in questo contesto, e siamo tutte molto responsabili. Ma sì, non è che ci abbiano detto qualcosa di specifico, tipo “Questo è ciò che dovrete affrontare mentalmente”, ecc. È stato un processo organico.

Com’è stato il passaggio dall’essere un’apprendista con tutto il tempo del mondo per fare musica all’essere improvvisamente una vera pop star con le Blackpink?

Credo che questa sia stata la parte più difficile per me, perché penso che essere una stagista, sì, ambientarsi in questo mondo nuovo con persone che non conosci, sia una sfida, ma si è ancora fuori dalle telecamere e tutto sommato si possono ancora fare degli errori. Il passaggio al dover stare davanti alla telecamera, all’essere un’artista e al presentarsi al mondo  è qualcosa che abbiamo dovuto imparare man mano. I primi anni sono stati molto difficili per me, personalmente. Mi ci è voluto qualche anno per imparare.

Che cosa è stato difficile?

Credo che sia ancora difficile, in realtà. Da allora non ho mai smesso.

Una delle cose uniche del K-pop è che la fan culture ha un impatto molto significativo. Puoi parlarmi un po’ di questo rapporto? Quanto sentivi di poter essere autentica? Quanto volevate essere autentiche?

Siamo stati addestrate a presentarci sempre nel modo in assoluto più perfetto. Quindi, quando interagivamo con i fan online, ero pronta a dare risposte perfette e a dare loro ciò che volevano. Mi assicuravo di essere una ragazza perfetta per tutti. Questa era la cultura. Ed è per questo che, a condurmi nella realizzazione di quest’album è stato più che altro un desiderio e un bisogno personale di poter scrivere un album come quelli con cui sono cresciuta, qualcosa con cui potermi relazionare. Per realizzare questo un artista deve poter essere vulnerabile, ma noi non siamo state allenate a parlare delle nostre emozioni, dei nostri sentimenti e delle nostre esperienze.

Quando è stato il momento di sederti e scrivere quest’album, come ti sei sentita a scavare in profondità?

Ad essere onesti, è stato come respirare. Tutte le storie contenute sono storie che chiunque intorno a me ha sentito più di 20 volte. Era ora che le scrivessi in forma di canzone. Ci sono stati momenti in cui ho pensato: “Aspetta, posso parla di questo? Aspetta, forse non dovremmo mettere questa parola lì dentro. Forse è troppo. Forse non dovrei…”.

Qual era la paura?

Posso mostrare questo lato di me? Mi è permesso parlarne? E non si tratta nemmeno di cose folli, a dire il vero. Sono cose molto normali.

I temi sono il dolore, l’amore perduto, a volte la rabbia – la gamma delle emozioni umane.

Sì, il romanticismo. Ma anche questo mi fa paura. Vedevo le facce dei produttori e degli autori delle canzoni, che dicevano: “È così interessante, Rosie! Perché sei così nervosa?”. E io: “Ragazzi, non potete capire”.

Le agenzie K-pop hanno regole severe quando si tratta di appuntamenti, in parte forse perché vogliono che i fan si sentano come se gli idol avessero una relazione con loro. Questa faceva parte del sentimento di paura che hai provato? Che non sia normale per le star condividere questa parte di loro?

Sì, non era normale. Non è normale. Ma anche per me non è normale. Non ne ho mai parlato, anche perché sento che non ce n’è bisogno. Ma è per questo che questo album significa molto per me, perché questi aspetti della vita sono solo ispirazioni per la mia arte. Voglio assicurarmi che sia molto chiaro: qui non si tratta della storia di chi è stato con Rosie o altro. Si tratta piuttosto di arte.

Mi ha colpito molto una canzone dell’album, “Number One Girl”. Mi è sembrato che potesse parlare di una relazione romantica oppure del rapporto con fama e celebrità. Il testo dice: “Dimmi che sono quella cosa nuova, dimmi che sono rilevante”. Può parlarmi un po’ di questa canzone?

La canzone è stata scritta dopo una notte terribile, passata a scorrere internet fino alle 6 del mattino, ho dormito a malapena. Il giorno dopo sono arrivata in studio molto irritata e mi hanno chiesto: “Come stai?”. E io ho risposto: “Molto male. Sono esausta. Sono esausta di cercare di accontentare tutti”. Faccio sempre del mio meglio per essere la versione migliore di me, ma mi sentivo un po’ persa, come se non fossi mai abbastanza brava. Ero un po’ scontrosa con il mondo. E volevo scrivere una canzone che fosse, come dire, disgustosamente aperta e onesta. Le cose che odio pensare – il testo è composto di tutti quei pensieri che non voglio ammettere di pensare davvero. Perché mi piace presentarmi come una ragazza molto positiva, che non pensa alle cose negative, che ha una mentalità molto brillante. Ma quello, onestamente, è stato il giorno in cui ho pensato: “No”.

Che cosa ti aveva tenuto incollata a internet fino alle 6 di mattina? Cosa guardavi?

Commenti. Cercavo argomenti che sapevo non mi avrebbero soddisfatto. Caduta nel buco del bianconiglio dei commenti negativi. Non credo di sapere esattamente cosa stessi cercando, forse solo conferme ma, caspita, quella sera internet era un mondo freddo. Mentre scrivevo la canzone, pensavo che dovevano esserci tante altre ragazze che avevano vissuto questa esperienza. Ecco, desidero che le persone sappiano che io non sono diversa.

Cosa significa “vampirehollie”? È il tuo nuovo handle su Instagram e una delle canzoni dell’album. Uno dei versi fa “I can’t let you break me like this”.

“Vampirehollie” era il mio account Instagram privato. Il mio account ufficiale ha un sacco di follower e devo sempre pensare a cosa penserà la gente di me, ma volevo un profilo Instagram in cui non dovessi fare la figa.

È il tuo Finsta.

È il mio Finsta. Poi alcuni fan l’hanno scoperto, e alcune persone hanno deciso di rompere le scatole, cercando tutti i modi per arrivare a me. Alla fine sono arrivati a quell’account e l’hanno usato per creare casini e farmi arrabbiare. Sembrava che fossero ossessionati dal pensiero di controllarmi, e io ero ossessionata a mia volta. Ma poi ricordo che dopo aver scritto quella canzone, ho lasciato perdere tutto e non ci ho più pensato.

C’è un grande movimento anti-fan nel K-pop, molto bullismo online, soprattutto nei confronti delle artiste. Tu ne hai fatto esperienza?

Credo di sì. [Rosè inizia a piangere] Non voglio commuovermi, perché direi che ho una mentalità piuttosto forte. Sono molto positiva e mi piace farmi influenzare dalle cose in modo intelligente. Ma quando sono stata colpita, mi sono sentita molto, molto male. Ho pensato: “Oh, mio Dio, ecco il mio turno”. Non avrei mai pensato che sarebbe successo. Vedevo le cose online e pensavo sempre: “Chissà perché si sono lasciati coinvolgere da questa cosa?” Quando è successo a me, sono rimasta scioccata.

Mi dispiace che ti sia successo. Hai parlato della tua salute mentale e di quanto possa essere impegnativo proteggersi da queste cose. Qual è la tua strategia?

Beh, ora che ho trovato il songwriting, scrivo tutto in una canzone. È stato un po’ sorprendente, perché il songwriting mi è arrivato come una benedizione nel momento in cui ne avevo davvero bisogno. Arrivavo con un grosso problema, lo archiviavo in una canzone e il problema se ne andava dalla mia mente. E dal mio cuore. Ma poi ci sono dei giorni in cui la tale canzone non mi piace e mi dico: “Non è servito! (ride) Quella canzone non sarà nell’album”.

Pensi di essere una persona diversa? Tutto quello che hai passato alla YG e tutto questo folle viaggio ti hanno cambiata?

Intendi chi sono? Chi sono dentro? Quando parlo con mia madre, mia sorella e mio padre, sento che questa è sempre stata la mia personalità. È stato solo quando sono arrivata in Corea che ho iniziato a vedere chi fossi. È stato allora che ho iniziato a capire: “Oh, questa sono io come persona”. Sì, non lo so: forse è così, forse no, non so se posso essere io a dirlo. È qualcosa che dobbiamo chiedere alle persone intorno a me. Io non so nulla di me stessa. Per questo ho chiesto a molti amici: Cosa ne pensate? Ero troppo nervosa? Pensate che sia così? Pensate che sia cosà? Sai, mi piace chiedere in giro.

Questa intervista è stata modificata e condensata da due conversazioni. Si possono ascoltare (in inglese) su Apple PodcastsSpotifyYouTubeiHeartRadioAmazon Musicthe New York Times Audio app.

Fonte originale qui

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  • Trovate la traduzione di “APT.” (feat. Bruno Mars) qui
    Trovate la traduzione di “number one girl” qui
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Team delle traduzioni di Koreami.org